L’intervista, Matteo Falcone @ Sportpeople: ‘Chi comanda il calcio dovrebbe rimettere i tifosi al centro del calcio per poter realmente ripartire da zero’

Si parte(finalmente) con la prima delle interviste in programma per attraversare con gli occhi degli ‘addetti ai lavori’ il calcio italiano, la sua storia, i suoi limiti e contraddizioni, e l’impatto delle sue trasformazioni socio-economiche che stanno cambiando l’essere tifoso, ma che hanno anche aperto a storie esaltanti di vera ‘partecipazione attiva’ tra Supporters’ Trust, Community Club e il Calcio Popolare, segnale che non tutto è da buttare.

Con l’aiuto degli intervistati cercheremo di individuare, da molteplici punti di vista, le radici della trasformazione, di confrontarci su come sia possibile opporsi alla deriva e di proporre soluzioni per ripulire un po’ il calcio e restituirgli un’anima popolare, il tutto con una sana critica per riflettere sugli errori e sui passi falsi commessi.

La prima di questa serie di interviste non poteva non essere con Matteo Falcone, direttore di Sportpeople.net, piattaforma che di fatto più di tutte negli anni ha supportato l’attività del blog e concesso spazio a temi spesso altrove ignorati, magari per lasciare spazio al gossip di quarto ordine e all’informazione approssimativa. Oltre ad avere il merito di avermi consentito di conoscere meglio l’universo ultras e di avere contatti diretti con centinaia di storie e realtà, facilitando non poco l’opera di diffusione dei miei spazi.

L’intervista, Matteo Falcone @ Sportpeople: ‘John King diceva che il calcio senza la passione dei tifosi è nulla. Dato questo assioma, chi comanda il calcio dovrebbe rimettere i tifosi al centro del calcio per poter realmente ripartire da zero’

Il calcio italiano negli ultimi 30 anni ha attraversato un processo di profondo cambiamento che ha portato ad una radicale trasformazione anche dell’essere tifoso. In primo luogo, che vuole dire essere tifoso, oggi? E come era il tifoso di ‘ieri’?

Già rispetto al 2003 in cui abbiamo fondato la nostra rivista, ci troviamo a raccontare un calcio completamente diverso (ovviamente inteso dal punto di vista del fruitore), ma se dovessimo guardarci indietro a quando varcammo per la prima volta quelle soglie, magari mano nella mano con un nostro parente, il rischio di depressione sarebbe davvero concreto. E non parliamo ovviamente della psicotica retorica che vorrebbe il tifo di quei tempi molto più genuino e meno violento, anzi è vero il contrario, eppure continuano a venderci lo stesso “moral panic” che a sua volta porta a vendere servizi e tecnologie di controllo sociale a vantaggio diretto o indiretto, materiale o immateriale, dei professionisti della paura che poi magari fanno carriera in campo politico, giornalistico, ecc.

Di conseguenza quello che oggi ancora azzardiamo a chiamare “tifoso”, altri non è che un consumatore per il quale le società calcistiche non hanno il minimo riguardo, fatta salva qualche eccezione che comunque conferma la regola. Partite in orari e giorni assurdi, politiche dei prezzi sempre più folli, criminalizzazione della pirotecnica, trasferte vietate, tradizioni ridicolizzate da strambe trovate di marketing, senza contare gli innumerevoli sodalizi storici naufragati nella bancarotta: ribaltando la prospettiva dal loro punto di vista, considerando quel che devono subire, essere tifosi oggi assume spesso tutti i connotati dell’eroismo. Essere tifoso ieri, per rispondere alla parte inevasa di domanda, implicava discorsi di identità sociale e comunitaria che oggi resistono parzialmente solo nel calcio minore, dove la commercializzazione ha poco da colonizzare. Per tutto il resto c’è la carta di credito della pubblicità… Questo è il bieco e triste dualismo che esplica passato e presente del tifoso di calcio.

Quando secondo te questa evoluzione è partita e quali fattori l’hanno provocata e alimentata? Quali le trasformazioni più evidenti rispetto a quegli anni ’80 in cui il tifo italiano era tra i più ammirati d’Europa?

È difficile rispondere a questa domanda senza risultare trancianti nell’analisi. Tantissime concause hanno concorso in questa involuzione, ma se proprio dovessi indicarne una, istintivamente citerei il 29 agosto 1993, quando Lazio-Foggia venne posticipata per la prima diretta calcistica in pay-tv. Da allora le tv a pagamento hanno condizionato pesantemente la vita dei tifosi sia per l’invadenza sul calendario e anche per la pioggia di denaro versata nelle casse societarie, che ha svincolato la dipendenza dei bilanci dai botteghini, declassando il tifoso da stadio da risorsa a problema. Considerati i costi gestionali delle partite, i costi accessori che spesso derivano da multe per cori o tifo non ortodossi (e sull’ortodossia si potrebbe aprire un’altra parentesi infinita…), è diventato automaticamente più conveniente dirottare quanti più tifosi possibili, con mezzi più disparati e tattiche spesso discutibili, verso i salotti televisivi, alimentando così quell’entrata netta e senza altre spese che proviene dai broadcaster e pazienza se anche la distribuzione di questo capitale ha finito per ampliare il divario di potenza fra le varie compagini, ammazzando il senso primario dello sport, inteso come competizione alla pari: il fatto che vincano più o meno ovunque le stesse squadre la dovrebbe dire lunga su quanto conviene e a chi conviene questo modello.
In questo scenario, il tifo italiano è andato progressivamente perdendo in numeri e con essi anche forza, ad appannaggio di realtà come la Germania dove, invece, al netto di tutta la mitologia da stampa generalista, comunque un minimo di attenzione per i tifosi è stata riservata, anche se forse sarebbe più corretto dire che sono stati gli stessi tifosi a conquistarsela. In Italia il tifoso da stadio resta ingabbiato nello stereotipo del violento a cui non concedere nulla e sulla bontà delle due analisi parlano i dati sugli spettatori allo stadio o sulla percentuale di occupazione dei posti disponibili.

All’interno delle tifoserie quali sono gli elementi che le hanno caratterizzate nel tempo, ma che si stanno perdendo rispetto al passato? Come, secondo te, repressione e ipercommercializzazione del calcio hanno influito a cambiare il volto degli stadi?

Lungi dalla stanca retorica sui bei vecchi tempi andati, repressione e ipercommercializzazione (che sono termini comunque molto ampi e dalle molteplici sfaccettature pratiche) costituiscono sicuramente spinte deformanti rispetto al rituale stadio, finito ormai declassato allo status di evento, o di sommatoria di eventi. Questo sia per la spettacolarizzazione dello sport che per i costi tutt’altro che popolari e in ragione dei quali è sempre meno sostenibile seguire con costanza il calcio allo stadio. Tutto ciò ad appannaggio del calcio in tv che è sicuramente più economico e facilmente accessibile. Le divergenze agiscono anche sulla fisionomia del tifo che da aggregante, collettivo e partecipante si sta trasformando in individuale o tutt’al più elitario e virtuale, con il proverbiale “dodicesimo uomo in campo” il cui valore aggiunto in termini ambientali interessa sempre meno: oggi le interazioni che contano per i club sono quelle economiche o al massimo social ed è sempre più frequente vedere gente allo stadio spendere più tempo a taggarsi, fotografarsi o geolocalizzarsi anziché sostenere o anche solo seguire la squadra in campo. Senza velleità moralizzatrici, ci mancherebbe, ma questo restituisce la cifra stilistica del tifoso odierno allo stadio, cosa che per fortuna trova una forte sacca di resistenza proprio nel tifo organizzato.

Cosa c’è assolutamente da salvare dello spirito che ha animato le curve nel passato e come farlo? Quali i tratti che sono emersi negli ultimi anni che invece non condividi?

Se c’è qualcosa da salvare nelle Curve è quello spirito che spesso spinge le stesse Curve a salvare il calcio, adoperandosi in prima persona per scongiurare fallimenti economici o rialzarsi dagli stessi. La storia recente e non solo racconta di tante tifoserie che hanno acquisito i propri marchi storici, denominazioni ufficiali o in alcuni casi addirittura la stessa società pur di non vederla scomparire. Lo spirito identitario vale più di ogni astrusa campagna di marketing: i tifosi non seguono una squadra per la sua “brand reputation” ma perché la ritengono espressione della propria città, della propria terra o della propria storia famigliare, e non è un caso che i progetti sportivi di maggior successo si verifichino laddove c’è forte compenetrazione sul territorio. Basti pensare al recente riscontro di Atalanta e Spal nelle proprie città e province proprio sulla scorta del rispetto verso le tradizioni dei tifosi, a differenza per esempio del Sassuolo, a cui non si può imputare nulla dal punto di vista sportivo ma che resta un corpo estraneo per la comunità di Reggio Emilia, che segue con numeri e passione ben maggiore la compagine granata in Serie C.
Ci sono ovviamente tratti non condivisibili o condannabili nel mondo del tifo: fatta la debita tara di tutte le mistificazioni e i sensazionalismi mediatici, potremmo certamente annoverare fra questi la deriva criminale e commerciale di certe realtà, ma anche lì siamo né più e né meno che di fronte alle stesse logiche di infiltrazione, connivenza o omertà coatta che anche nel resto del nostro tessuto sociale viviamo quotidianamente, e non capisco perché il calcio e lo stadio debbano in qualche modo rappresentare un baluardo di moralità, volente o nolente, che la nostra società poi non offre e non persegue in alcun modo fuori dalle mura di quegli stadi. Mi sembra onestamente un ipocrita tentativo di catarsi, una sorta di facile via per lavarsi la faccia degli emuli nostrani dei paladini europei del fair-play che poi abbiamo trovato con le mani nella marmellata durante l’assegnazione del mondiale al Qatar. Le battaglie civiche si fanno all’interno del corpo civico tutto e per cascata cambieranno tutto il mondo circostante: confinarle in un angoletto le sminuisce e in fondo le smaschera per quel che sono, cioè sciatte distrazioni di massa dalle reali miserie. Non vuole essere benaltrismo il mio, forse è vero il contrario…

Quale il ruolo dei media, tradizionali e non, in questa involuzione? Anche il mondo dell’informazione attorno al calcio è cambiato, cosa c’è di buono e dove invece vedi che ci sono ancora seri problemi?

I media hanno pesanti responsabilità nella de-umanizzazione del calcio per aver parimenti inseguito solo gli interessi a discapito della loro primaria mission che dovrebbe per l’appunto essere quella di fare informazione, di costituire un contro-potere: i media dovrebbero essere i cani da guardia del potere, come diceva Orson Welles, non i loro cani da salotto. Non so cosa ci possa essere di buono nei media attuali: chiaramente si sono evoluti spaventosamente in termini tecnologici, la velocità e l’accessibilità globale delle notizie, non di meno anche l’accessibilità ai media dal basso ha permesso il proliferare di una fitta rete di controinformazione se vogliamo chiamarla così, o più in senso lato di un’editoria indipendente che in passato non avrebbe avuto eco, non sarebbe arrivata oltre la propria nicchia o il proprio bacino geografico e/o di riferimento, ma il calcio e ancor più il giornalismo calcistico sono corporativisti, raggiungendo picchi esasperanti nel campo della fotografia sportiva e del video: stanno sempre più blindando i diritti audio-visivi con lo scopo evidente di esclusivizzarli e renderli quanto più remunerativi possibili, ma ciò sta da un lato uccidendo la pluralità di informazione e l’esistenza della piccola editoria indipendente, dall’altro lato e parallelamente sta mortificando e omologando anche la passione dei tifosi. Tra un po’ saranno così esclusivi che non ci sarà più nessuno a guardarli.

Dove interverresti? E cosa manca all’informazione del settore per fare un salto di qualità?

Laddove dovrebbero intervenire le istituzioni calcistiche e giornalistiche se fossero reali organi di controllo e non meri apparati parassitari succubi delle bizze dei poteri. Le piccole testate fanno i salti mortali per sopravvivere, poi capita che dopo aver adempiuto a mille obblighi normativi, pagato assicurazioni, esserti iscritto ad inutili albi professionali o della Lega ti senti rispondere da un addetto stampa: “Non possiamo accettare l’accredito perché non vi conosciamo, ma venite alle conferenze stampa degli allenamenti, fatevi ben volere dal presidente, che poi qualcosa si muove”. All’informazione di settore manca la dignità. Ci sono tanti esempi virtuosi dal basso, ma purtroppo i rapporti di forze sono soverchianti.

Oltre 150 club falliti negli ultimi 15 anni, probabilmente una delle ferite più grande che ha lasciato la crisi e che tutt’ora vive il calcio italiano. Di finti rinnovamenti si parla da venti anni, mancano però soluzioni valide e serve che ci sia un’azione che parta da tutti i soggetti coinvolti. Dove intervenire per invertire la rotta?

Il ritratto più spietato e vero dell’Italia l’aveva fatto a suo tempo Tomasi di Lampedusa. Anche nel calcio vale lo stesso assioma: tutto cambia perché niente cambi. Anche dopo i peggiori scandali, il sistema calcistico ha sempre assolto se stesso, a volte aiutato anche dal fato, come nel 2006 dopo la vittoria del Mondiale, ma in sostanza dietro ogni ventilata rivoluzione c’erano nient’altro che restaurazioni. Inutile persino stilare un elenco di nomi e malefatte. Un ruolo risolutivo potrebbero svolgerlo proprio i tifosi prendendo coscienza del proprio “potere di classe”, se possiamo farci prestare un termine politico, ma anche qui ci sono tante difficoltà oggettive, fra tutte la mancanza di organicità del mondo del tifo una cui parte, legittimamente, si chiede anche perché il tifoso non possa permettersi il lusso di fare semplicemente il tifoso, senza doversi sobbarcare anche gli oneri dei dirigenti incapaci di fare il proprio lavoro. La politica calcistica e istituzionale dovrebbe esattamente fare questo filtro a monte, evitando che avventurieri, prestanome in odore di riciclaggio o buffoni di varia risma si aggirino di club in club come lo spettro degli untori durante la Peste del 1347 lasciando invariabilmente dietro di sé morte e disastri. Visto che invece nella realtà, chi di dovere non ha mai fatto e forse mai farà niente di questo, è inevitabile che qualcuno sia costretto a fare di tutto per non perdere quello che in fondo è anche un grosso patrimonio economico, oltre che comunitario e storico.

Come vedi invece l’attività delle associazioni di tifosi che nell’ultimo decennio sono emerse tra le tifoserie? Supporters’ Trust, azionariato popolare e collette varie, ci sono stati esempi nati sia da gruppi formati da ultras sia da ”normali” tifosi, come interpreti questa novità nel calcio italiano?

È un fenomeno che ci ha interessato molto come rivista, specie nella sua fase embrionale, proprio perché ha rimesso gli stessi tifosi al centro del calcio, o per meglio dire sono stati gli stessi tifosi che attraverso queste iniziative si sono ripresi il calcio in controtendenza al “calcio dei padroni”, se mi passate il termine, che li marginalizza al ruolo di numeri, di carne da marketing. Per deformazione professionale, guardiamo con molta simpatia ai progetti nati sulla spinta degli ultras, ma anche qui le criticità sono tante e spesso gli stessi tifosi celebrati per aver salvato un dato sodalizio, vengono poi stigmatizzati alla prima occasione di attrito oppure, peggio ancora, cortocircuitati da personaggi che in breve riescono a far deragliare il club mortificando sacrifici e anche investimenti della stessa tifoseria. Il caso Ancona, in tal senso, resta una ferita aperta e un monito, che ovviamente ognuno interpreta soggettivamente: se c’è chi lo recepisce come un insegnamento a non lasciarsi più coinvolgere nella irreversibile tendenza alla corruzione del calcio, immancabilmente c’è sempre qualcuno pronto a profondere ancora maggiori sforzi per invertire la rotta.

Quella che è una novità del calcio italiano è una prassi consolidata in diversi paesi d’Europa. Le tifoserie di Germania e Inghilterra sono state protagoniste di diverse azioni di protesta che hanno unito i tifosi anche di altre società. Quali pensi siano i temi rilevanti sollevati e quali le realtà europee da studiare per cogliere buoni spunti anche per i tifosi italiani?

Personalmente mi hanno sempre interessato molto le azioni delle tifoserie tedesche, più per l’approccio ideologico e pratico che per i temi in sé, alcuni dei quali, nella loro specificità, nemmeno traslabili alle nostre latitudini (vedasi la protesta contro l’abolizione della regola tutta tedesca del “50%+1”). Altre battaglie si possono sicuramente prendere ad esempio, volendo unire anche i tifosi inglesi tutti sotto un unico cappello (penso alla campagna “Twenty’s plenty”…), sarebbe per esempio importantissimo portare avanti istanze congiunte contro il caro-biglietti e qualcosa in tal senso si sta muovendo anche in Italia, dove proprio di recente varie tifoserie hanno esposto lo striscione univoco: “Prezzi popolari per stadi popolati”. Se all’estero però c’è un minimo di rispetto in più verso i tifosi in quanto classe sociale, in Italia il limite ulteriore è costituito dal campanilismo delle tifoserie che mostrano ancora fortissime resistenze nel superare le rivalità e unirsi in nome di interessi superiori. Al di là di questo, vi sono anche determinate resistenze “culturali”: le tifoserie organizzate nascono con attitudini anti-sistemiche e ribellistiche che spesso mal si conciliano con prassi diplomatiche e istituzionali; qualcuno le ritiene una contraddizione in termini con l’essere ultras, una negazione della loro propria natura e le rifugge, anche se poi la barbarie del cosiddetto “calcio moderno” colpisce tutti, anche chi dice di non aver tempo di avversarla. In ultimo, anche arrogantemente se vogliamo, il mondo ultras italiano si ritiene centro dell’universo del tifo e non è solitamente disposto a guardare fuori dal proprio orticello, preferendo il più delle volte istanze locali a quelle globali.

Secondo te il coinvolgimento dei tifosi nella vita del club può essere una valida risposta per migliorare il calcio? Pensi che questo tipo di iniziative possano dare nuova linfa e aprire un nuovo percorso diverso anche per i gruppi ultras?

Chiaramente il coinvolgimento dei tifosi può risultare importante e ci sono diversi esempi dove evidenti sono stati i progressi e virtuose le dinamiche intraprese, ma la battaglia, in senso lato, è culturale: chi fa calcio dovrebbe uscire dalla logica del profitto ad ogni costo e smettere di guardare i tifosi dall’alto in basso, optando per una visuale e un approccio orizzontale. Personalmente però sono uno che crede poco agli imprenditori illuminati e, come già detto, credo ancora meno agli ultras largamente coinvolti nelle dinamiche del club, visto che da sempre l’indipendenza e l’equidistanza dalle questioni societarie è uno dei loro capisaldi. Non per questo però credo che non si debba fare in assoluto, o che chi lo faccia già non sia nel giusto: i grandi cambiamenti in fondo cominciano dai piccoli passi.

Dove i tifosi possono dare un contributo e quali limiti vedi per le attività delle associazioni? Dove finora si è sbagliato e si può migliorare? E perché spesso c’è incomunicabilità tra tifosi ‘normali’ e gli stessi ultras?

Sicuramente e in linea con quanto finora detto, i tifosi organizzati sono per retaggio generalmente poco inclini a queste iniziative. Questo avviene anche per l’adesione spesso acritica a quel cliché da duri e puri, ma non di meno anche a causa della forte demonizzazione di media e istituzioni che hanno portato gli ultras a richiudersi in se stessi preferendo un certo elitarismo alla visione popolare e condivisa di tifo. Il divide et impera è ovviamente comodo a chi il potere lo gestisce e non a chi lo subisce: gli stessi ultras, laddove hanno deciso di scavallare queste differenze di approccio per mettere in comune le affinità, le esperienze e i sogni in comune. Dall’alto o dal basso, qualunque sia la prospettiva è sempre più facile alzare muri che costruire ponti e anche orizzontalmente, ultras o “semplici” tifosi nutrono la stessa diffidenza reciproca. Ma mentre il tifoso nel suo individualismo ha meno interessi in ragione delle minori minacce alla propria sopravvivenza, gli ultras hanno tutte le motivazioni per fare quel passo in più per preservare e perpetuare la propria natura collettivistica e in essa magari promuovere forme di tutela e supporto del proprio sodalizio sportivo. In un periodo in cui interi patrimoni sportivi ed economici vengono puntualmente e ciclicamente dilapidati, basterebbe anche solo acquisire marchio e denominazione storica, giusto per sfuggire alla brutalità del cambio coatto di denominazione imposto dai Tribunali e dall’iter fallimentare. Ci si potrebbe anche impegnare di più, come in talune realtà dove gli ultras finanziano il settore giovanile o vengono coinvolti ad ampio spettro nelle politiche decisionali: per superare l’impasse della “istituzionalizzazione” che gli ultras proprio non digeriscono, basterebbe semplicemente dividere le attività in compartimenti stagni, uno dei quali potrebbe appunto essere l’azionariato diretto in forma di associazione, mentre parallelamente l’attività di tifo organizzato procede su binari propri. È difficile ma non impossibile realizzarlo, lo dimostra chi l’ha fatto.

Stadio, si parla molto della costruzione di nuovi stadi, indubbiamente un’esigenza vera visto anche lo stato di alcune strutture. Quali i pro e i contro, emersi anche dalle esperienze nostrane ma guardando anche all’estero, di questi nuovi impianti multifunzionali? I tifosi andrebbero coinvolti maggiormente in queste nuove opere?

Il mio background di tifoso s’è formato in campi di Serie D ed Eccellenza con persino due anni di Promozione. Sinceramente non ho mai sentito la necessità di una struttura per sentirmi tifoso, non credo che una comunità abbia bisogno di un luogo per esistere quanto piuttosto che del riconoscimento di sé. Partite in cui abbiamo cantato per 90 minuti sotto una pioggia torrenziale, ripagati da una vittoria combattuta della squadra hanno assunto tutti i crismi dell’epica. Ma al di là di queste estremizzazioni, chiaro che nella mia vita di “narratore” del mondo del tifo ho subito anche il fascino di stadi nuovi, con gli spalti a ridosso del terreno di gioco e in cui i tifosi che avessero voluto far sentire la propria voce non fossero obbligati a prendersi la broncopolmonite. D’altro canto non credo che gli stadi nuovi o di proprietà siano la panacea di tutti i mali, non credo che le riforme necessarie siano “strutturali” quanto “culturali”: bisogna cambiare il modo di fare e pensare calcio, non servono posti nuovi in cui continuare a farlo male. Anche dal punto di vista puramente ideologico, ciò che dovrebbe muovere i nuovi impianti italiani non dovrebbero essere gli interessi delle lobby del cemento, non si dovrebbe solo guardare agli spazi commerciali implementabili, ma anche al rispetto della ritualità del tifo come prevedere dei settori con soli posti in piedi, non accanirsi nell’imporre il rispetto del posto assegnato nelle curve dove, per tradizione, si tende a mescolarsi e aggregarsi agli amici di sempre, senza che sia un computer ad assegnarti un posto. Magari permettere l’uso di strumenti di supporto del tifo come tamburi e megafoni, o ancora coreografie e striscioni senza che espressioni spontaneistiche come queste siano mortificate attraverso assurdi iter burocratici o senza che, in mancanza di assolvimento a detti obblighi burocratici, si debba essere daspati senza aver di fatto attentato alla sicurezza di nessuno.

Dialogo istituzionale, indubbiamente facendo un salto in avanti e assumendo ruoli di responsabilità nei club, i tifosi sono necessariamente indotti a strutturare delle relazioni con il mondo istituzionale, pensi che sia una via percorribile, e utile, il confronto diretto con un mondo percepito lontano?

Al contrario credo sia il più grosso ostacolo al coinvolgimento dei tifosi in progetti di azionariato popolare per tutti i motivi a cui ho già fatto precedentemente cenno. Qualcosa si sta muovendo laddove gli ultras, partendo dal basso, hanno fondato la propria compagine, oppure, fregandosene di sovrastrutture sociali e stereotipi, si sono buttati anima e corpo in determinate iniziative per salvare la propria squadra dal fallimento. Però in linea di massima, l’unica via percorribile per un reale riavvicinamento fra le parti, passa attraverso il riconoscimento ai tifosi della dignità di interlocutori credibili e unitamente a questa, del massimo rispetto del loro modo d’essere. Per i moralismi o le condanne ci pensano già abbondantemente giornalisti prezzolati e questori (poi spesso smentiti dai giudici in sede di dibattimento penale). Senza il rispetto dei tifosi, tutte queste iniziative di avvicinamento, compresa l’istituzione dall’alto dello SLO, dai tifosi non possono essere guardate altrimenti che con sospetto, non possono essere considerate altrimenti che ipocrite.

Quali i temi su cui focalizzare l’attenzione? Quali sono secondo te sono le priorità per uscire dalla palude del calcio italiano?

I temi direi che li abbiamo sommariamente discussi in questa nostra chiacchierata. John King diceva che il calcio senza la passione dei tifosi è nulla. Dato questo assioma, chi comanda il calcio dovrebbe rimettere i tifosi al centro del calcio per poter realmente ripartire da zero. Chiaramente questo zero non può essere rappresentato da figure di comodo, da pupazzi nelle mani del presidente-padrone di turno, dai soliti riciclati o collusi, da pretini che arrivano a fare la morale ai tifosi ma che poi fanno spallucce di fronte ai vizi eterni degli avidi banchettatori riuniti attorno ai tavoli delle leghe calcistiche. Può esistere una gestione manageriale del calcio, possono esistere le pay-tv e ogni altro tipo di media, può esistere una professionalità e una propensione commerciale, ma dovrebbe esserci anche un equilibrio e un minimo di attenzione anche agli altri attori coinvolti. I tifosi sono uno dei pochi patrimoni tangibili e durevoli del calcio, la loro fidelizzazione ha travalicato i tempi, i fallimenti sportivi ed economici, le categorie, i continui cambi di calciatori e proprietà. Restando sul tema della fidelizzazione, sminuirla in una carta vantaggi (a vantaggio di chi, poi?), dimostra quanto poco i dirigenti abbiano capito i propri tifosi. Considerarli solo come meri consumatori, sta trasformando il calcio in un prodotto e il calcio italiano, è evidente, funziona davvero poco come prodotto, per cui quelli che erano dei fedeli devoti, ben presto volgeranno la loro attenzione ad altri prodotti più soddisfacenti. Come tra l’altro già stanno facendo.

Pensiero libero finale (che direste ad una folla di tifosi dal un pulpito)

Non mi sento a mio agio all’idea del pulpito o della folla da cavalcare con un qualsivoglia pensiero che è una propensione più congeniale a quelli che il calcio lo hanno depredato. Ho, o meglio abbiamo, come rivista, sempre preferito il più umile ruolo di osservatori della realtà liquida, mutevole che sopravvive sugli spalti e ci piace che sia essa a parlare. Al netto della caccia alle streghe spesso strumentale o dei prezzolati con i forconi che la aizzano, sui gradoni degli stadi resiste forse l’unica passione, l’unico spazio di aggregazione davvero libero, interclassista, intergenerazionale del nostro paese. Ci auguriamo che i tifosi sappiano restare in piedi al loro posto, ancora a lungo, in barba ad un sistema calcistico che li vorrebbe seduti, inerti, secchiello di popcorn alla mano, ad assistere inebetiti ad uno spettacolo spesso solamente presunto.

La scheda

Cos’è Sport People? Chi siamo noi? Cosa vogliamo?
Seppur un po’ presuntuosamente crediamo di esserci fatti conoscere per bene in questi anni, proviamo a dare una risposta a queste e ad altre domande che possono legittimamente sorgere in chi si imbatte casualmente e per la prima volta nel nostro sito o nella nostra rivista.

Sport People è una rivista digitale pubblicata sul sito omonimo, nata nel lontano agosto 2003 per mano di un gruppo di ragazzi che, per la maggior parte, allo stadio ci vanno o ci sono andati per parecchio tempo, che hanno dato e soprattutto ricevuto molto da questo mondo e che hanno inteso, con questa pubblicazione, pareggiare questo debito morale, cercando con i propri modesti mezzi di raccontarlo con un briciolo di onestà intellettuale in più rispetto ad una stampa generica sempre troppo frettolosa nel condannare qualcosa che poi, in fondo in fondo, non si è mai preoccupata di conoscere davvero.

Ma c’era effettivamente il bisogno di una nuova pubblicazione sugli ultras?
Non considerando il punto di chi questa rivista l’ha voluta e portata avanti con caparbietà fino ad oggi, si può dire che Sport People colmava un vuoto, perché se è vero che già esistevano parecchie riviste di settore in formato cartaceo, è altrettanto vero che ancora nessuno si era preoccupato di offrire un pari servizio in formato digitale e per di più in forma gratuita.

Sport People nasce, in estrema sintesi, come una rivista dalla parte degli ultras, schierata apertamente con l’unica parte di questo calcio malato in cui la passione ed i valori umani contano ancora qualcosa.

Noi pensiamo che indossare una sciarpa colorata e sgolarsi per novanta minuti non siano sinonimo di pericolosità sociale o addirittura delinquenza: ultras è anzittutto aggregazione, socializzazione, impegno disinteressato, spirito e mentalità non omologate ai valori dominanti nella società attuale. O, per meglio dire, pensiamo che dovrebbe essere tutto questo, ma sappiamo bene che anche all’interno del nostro mondo ci sono problemi e contraddizioni aperti.

Noi abbiamo da sempre cercato di rappresentare gli ultras per come sono e per come ci piacciono, di raccontare le vicende recenti e passate, di affrontare anche argomenti impegnativi come repressione e calcio-business. Non ci siamo mai trincerati dietro il familismo amorale, giustificando in maniera acritica tutto quello che succede intorno o per mano degli ultras, preferiamo piuttosto esser critici quando serve, per cercare di analizzare a fondo e a crudo questo movimento giovanile che, dal finire degli anni ’60 ad oggi, ha raccolto dietro i suoi striscioni più giovani di quelli che nessun altro partito politico o qualsivoglia movimento abbia mai nemmeno lontanamente sognato; anche solo limitandosi a questa sterile analisi numerica, si evince facilmente che sottotraccia e al netto delle prezzolate critiche della stampa, funzionali solo ai voleri di chi comanda, qualcosa di positivo dovrà pur esserci in tutto ciò, e questo è quello di cui vogliamo parlare, e questo è quello che vogliamo salvare di questo nostro patrimonio e crocicchio di sottoculture italiane.

Indirizzi web
Sito:  https://www.sportpeople.net/
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