Azionariato popolare/partecipazione popolare dei tifosi, perché in questa fase una legge che lo disciplina rischia di essere pericolosa

Assistiamo all’ennesimo goffo tentativo di disciplinare il fenomeno dell’ ‘Azionariato popolare’, termine che ancora una volta sottolineiamo essere estremamente improprio, come segnalato in questo post qualche tempo fa, ma che dice già tanto agli addetti ai lavori di quanto sia approssimativo e superficiale questo proposito di disciplina di un fenomeno ancora in evoluzione.

Un’iniziativa che mostra criticità sia nel metodo che nel merito della proposta di intervento che cercherò di illustrare nel dettaglio sulla base dell’esperienza diretta in Italia con la rete di Supporters in Campo e sugli studi con il ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche(CNR), Igor Benati, sul fenomeno dei percorsi di partecipazione dei tifosi che si sono sviluppati in Europa raccolti in due articoli compresi nei due volumi di Visioni di Gioco(che trovate qui per il contesto italiano e qui una panoramica sull’Europa).

Va chiarito in primo luogo che tale analisi non è volta a criticare l’iniziativa politica portata avanti dal promotore Riccardo Molinari e dagli altri firmatari della proposta, il fatto che il mondo politico, a prescindere dall’appartenenza, riconosca l’importanza dei tifosi e che si interessi del fenomeno è un elemento assai apprezzabile visto il comune pregiudizio che si ha nei confronti dei supporters e l’assenza di qualsivoglia interesse e conoscenza sul fenomeno mostrata finora dall’intero mondo politico. Perciò: benissimo che se parli e se ne dibatta nelle aule di Camera e Senato, ma lo si faccia cercando di predisporre un qualcosa che sia di vero aiuto nella valorizzazione dell’apporto costruttivo dei tifosi e non si crei un contesto di regole che possano essere strumentalizzate e usate per uccidere l’anima di questo impulso popolare che in molti contesti ha dato risultati eccellenti, come purtroppo sembra prefigurarsi leggendo alcuni dei punti che caratterizzano la proposta che trovate sintetizzati qui.

Una prima nota va fatta nel metodo, o meglio una domanda che ci si deve porre è: un processo che disciplini la partecipazione popolare dei tifosi(il termine azionariato popolare non lo userò più, lo lascio volentieri a chi ancora non ha capito la differenza), non dovrebbe forse arrivare attraverso un(lungo e articolato) processo di consultazione con gli stessi e in particolare con le realtà che hanno avuto successo in questo campo? Invece, anche negli anni passati, le principali iniziative volte a cercare di creare un quadro legislativo sul fenomeno sono sempre partite senza consultazione della base, e soprattutto di quelle realtà che hanno avuto successo sul campo, da iniziative di singoli, spesso appartenenti a realtà estremamente piccole, se commisurate alla piazza potenziale che potrebbero coinvolgere, e che nei loro contesti hanno obbiettivamente fallito nel coinvolgere il territorio. Pensare di risolvere il proprio fallimento con una imposizione dall’alto, invece di rimboccarsi le maniche cambiando strategia o cedendo il passo a persone con maggiore lungimiranza, è quanto di più sbagliato si possa fare, anche perché, se mai andasse in porto la regolamentazione, sarebbero i primi ad essere messi da parte perché sta proprio nella partecipazione, nella base ampia e nel consenso del territorio, la chiave del successo di una associazione di tifosi.

Veniamo ora nel merito, l’attuale quadro normativo già consente ai tifosi di operare attraverso associazioni e cooperative(dotate di particolari caratteristiche e regole interne che trovate qui), è perciò superfluo introdurre forme specifiche a livello di legislazione statale, basterebbe una qualche forma di supporto e incentivo che potrebbe tranquillamente arrivare anche solo dalle federazioni sportive. Tantomeno sarebbe utile imporre alle società sportive l’inclusione, obbligatoria o tramite incentivi, delle associazioni di tifosi semplicemente perché si darebbe in mano alle stesse società che hanno osteggiato fin ad ora ogni forma di partecipazione dei tifosi un contenitore vuoto che potrebbero riempire a loro piacimento, con persone contigue al management della società che di fatto annullerebbero quel principio di indipendenza, cardine delle associazioni di tifosi. In una sintesi cruda ma realistica: la legge crea un contenitore, la società lo riempie di ‘’amici’’, lo spinge mediaticamente e annienta coloro che pensavano con la legge di diventare membri del CdA.

Se guardiamo all’estero, con i doverosi distinguo necessari in termini di quadri normativi e percorsi culturali, in nessun caso si è ricorsi ad imposizioni di legge per favorire la partecipazione dei tifosi, in Germania ad esempio non vi è una legge statale ma bensì una regolamentazione della DFL che impone per l’iscrizione ai campionati la forma associativa pura, ammettendo in alcuni casi delle deroghe(50 +1 e club storicamente controllati da aziende tedesche, qui), oppure in Inghilterra dove le associazioni di tifosi(supporters’ trust), pur essendo state sostenute fin dai primi anni del 2000 e avendo fatto un percorso di consultazione con l’apparato politico fin da allora, si sono limitati a introdurre elementi di supporto alle iniziative dei tifosi, senza imporre per legge la loro partecipazione. Se si studia il caso tedesco dovrebbe apparire lampante quanto interconnessi siano tutti gli ingranaggi che tengono in piedi l’associazionismo, quanto la cooperazione di tutti gli attori sia fondamentale nel dare forza al loro movimento e come i tifosi siano il naturale terminale anche delle politiche sociali promosse dal mondo istituzionale, sportivo e non, in quanto culturalmente consapevoli del loro ruolo. Il caso in Inghilterra è significativo, l’organizzazione di coordinamento nazionale Supporters Direct UK(ora inclusa nella Football Supporters Association), che nel tempo è arrivata a coordinare oltre 160 associazioni, nasce proprio su impulso del Governo Blair, da allora è sempre stata sostenuta economicamente nella sua attività, ha quindi avuto modo di costruire una relazione costante sia con la base che con l’apparato amministrativo sviluppando un percorso culturale di crescita di consapevolezza dei tifosi e solo dopo, al culmine del processo di responsabilizzazione, si  arrivati a introdurre delle norme in favore dei tifosi. Norme assai limitate che consistono nel ‘right to buy’, diritto all’associazione di tifosi di essere il primo interlocutore in caso di cessione della società, l’introduzione della Community Benefit Society, una forma particolare di società che garantisce alcune agevolazioni fiscali a chi converte il club(in genere di proprietà dei tifosi) in questa particolare forma e, solo di recente, l’annuncio della creazione di un organismo indipendente che dovrà sorvegliare i club sul lato economico/gestionale e che garantirà il rispetto di alcuni aspetti caratterizzanti i singoli club come cambio nome, il cambio del logo o dei colori sociali della loro squadra, come anche il cambio dello stadio.

In sostanza, nessun al Mondo ha regolamentato in questo senso impositivo, imposizione che tra l’altro si dà per scontato che possa essere accettata dalle società che invece sicuramente faranno valere il proprio interesse, che sappiamo essere più forte e incisivo del nostro, in tutte le fasi del processo legislativo, cosa che rende difficoltoso a monte l’intero percorso, aggiungendo il rischio di distorsione dell’intento originario. Non conviene quindi operare in un altro senso? Il problema italiano è prioritariamente culturale, lì bisogna intervenire e investire e è questo l’aspetto su cui andrebbe focalizzato un possibile intervento. Sviluppo dell’aspetto culturale che, tra l’altro, non è minimamente considerato nella proposta, altro segnale dell’approssimazione(e evidente mancanza di esperienza diretta sul campo) dei promotori… Ma veramente pensate che il giorno dopo la realizzazione della legge di incanto tutti i tifosi siano consapevoli di quello che devono fare? Che siano in grado di incidere come avviene in Germania, dove nonostante una storia consolidata alle spalle non sono mancate criticità, e rendere veramente un processo partecipativo realmente impattante? Per favore torniamo sulla Terra.

In pratica, qui invece di costruire una casa dalle fondamenta si parte dal tetto… Ciò che è necessario è un percorso, in primis culturale, che, partendo dalla base dei tifosi, coinvolga federazioni sportive, associazioni di categoria, mondo accademico e istituzionale e solo al termine di questo processo può avere senso un intervento del legislatore che si limiti ad introdurre forme di supporto al fenomeno. Lo Stato in questa fase dovrebbe sostenere quello che di buono è stato realizzato, portando all’attenzione di tutti le migliori pratiche, studiandone pregi e difetti e elaborando assieme a tutti gli attori in gioco interventi volti a potenziare la parte sana e costruttiva del tifo. Oltretutto esistono figure su cui già si potrebbe lavorare e i cui intenti sono rimasti praticamente solo sulla carta, in quanto nella stragrande maggioranza dei casi non è impiegata a dovere, come quella del Supporters Liaison Officer(SLO), introdotto dalla UEFA nell’art.35 del ‘UEFA Club Licensing and Financial Fair Play Regulations’, e recepito dalle istituzioni sportive italiane dal 2011, per impegnare i club a rendere il rapporto con i propri supporters funzionale ed efficace a gestire le tifoserie nel matchday per prevenire e arginare fenomeni di violenza e migliorare la partecipazione agli eventi e alle iniziative nel calcio.

Inoltre, nella specifica proposta manca qualsivoglia riferimento allo sport di base, elemento essenziale della partecipazione popolare, soprattutto se si guarda alla Germania. Lì gli associati, non solo hanno la facoltà di incidere nella governance dei club, ma possono usufruire delle strutture sportive e dell’organizzazione di competizioni amatoriali a cui possono partecipare indossando i loro colori. Nello specifico, spesso avrete avuto modo di osservare che in Germania nei campionati regionali militano la terza, quarta, quinta ecc… formazione di uno specifico club, bene, queste formazioni, in base all’età, esperienza e bravura, sono composte dagli associati del club, a cui vengono concesse le strutture sportive per allenarsi, unendo così la partecipazione alla vita sociale del club anche la sana pratica sportiva. Nulla a che vedere con le seconde squadre sperimentate(si fa per dire, ne esiste solo una) nei campionati italiani.

Nel complesso questa iniziativa di legge fa acqua da tutte le parti ma soprattutto parte da dei presupposti completamente sbagliati. Si valuti pertanto un vero processo partecipativo che parta dalla base, processo che sarebbe nella sua essenza stessa un percorso che favorirebbe la crescita di tutti i soggetti coinvolti, in primis i tifosi stessi, ma anche tutto il mondo istituzionale che avrebbe modo di osservare da vicino quanto fatto, prendere il buono dalle esperienze dirette e rimuovere gli ostacoli sul percorso di quelle realtà che finora, senza alcun supporto, hanno compiuto miracoli potendo contare solo sulle proprie forze.

Bisogna entrare nell’ottica che un processo vero di coinvolgimento attivo dei tifosi, affinchè sia di impatto sia a livello sociale che economico, va condotto in maniera graduale, c’è da fare una crescita tutti insieme, tifosi e istituzioni che con pazienza e tempo prendano coscienza dell’impatto positivo che la costruzione di una relazione sana e propositiva tra tutti gli attori possa portare assoluti vantaggi a tutti e anche di essere un mezzo per contrastare fenomeni di violenza e discriminazione. Con Supportersin Campo portiamo avanti questa idea da tempo, avendo cominciato una interlocuzione con la FIGC nell’ambito del recente progetto europeo ‘Fans Matter!’(qui) e di recente nell’ambito del progetto europeo “Combating Hate Speech in Sport” con i tecnici del Dipartimento per lo Sport presso la Presidenza del Consiglio dei ministri(qui).

Se si apre un’opportunità così rilevante di poter incidere sul calcio e lo sport in generale, non buttiamola via!

 

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