Il calcio è un bene comune: perché la governance dei club non può escludere i tifosi

(da supporters-in-campo.it)Il dibattito sul futuro del calcio professionistico viene troppo spesso ridotto a una mera questione di bilanci, diritti televisivi e asset manageriali. Si tende a dimenticare una verità fondamentale: i tifosi sono i veri garanti e i proprietari morali dei club, in quanto sorgente unica e primaria di tutto il valore economico e sociale del sistema.

Per evidenziare l’importanza della partecipazione e sviluppare la necessaria presa di coscienza del ruolo dei tifosi è fondamentale scardinare la narrazione che assimila una società sportiva a una qualsiasi azienda di mercato. Un club calcistico non è, e non potrà mai essere, un’azienda ordinaria per precise ragioni strutturali ed economiche:

  • È “troppo grande per fallire” (Too Big to Fail): Il collasso di un club non è la chiusura di un supermercato o di una fabbrica; porta con sé un impatto sociale, identitario e di ordine pubblico che le istituzioni non possono ignorare, costringendole spesso a interventi indiretti o a mediazioni politiche per salvaguardare la piazza.
  • La continuità storica oltre il fallimento: Anche quando la scellerata gestione finanziaria porta al crac formale della società di capitali, dalle ceneri della vecchia matricola ne sorge una nuova che ne eredita immediatamente la storia, i simboli, i colori e l’affetto. Il legame non si spezza con un timbro in tribunale.
  • È un business con garanzia pubblica implicita: Di fatto, il calcio professionistico opera in un regime protetto dal sentimento popolare e dal supporto indiretto dello Stato e dei territori (si pensi alle tutele sugli stadi o alla gestione della sicurezza). Se esiste una garanzia pubblica e sociale, allora deve esserci una rappresentanza coerente: la componente del tifo e del territorio deve essere integrata di diritto all’interno degli organi decisionali.

Un’altra enorme distorsione di chi vorrebbe applicare le fredde leggi del capitalismo selvaggio al calcio è l’illusione della sostituibilità del bene. Nelle teorie economiche classiche, se un prodotto non soddisfa o costa troppo, il consumatore si sposta semplicemente su un concorrente. Se uno spettacolo a teatro non piace, si cambia regista o si sceglie un’altra sala. Nel calcio questo principio crolla verticalmente: la squadra è quella per sempre, perché il club è un bene non sostituibile.

Questo avviene a causa di un vero e proprio monopolio dell’identità: un club non vende un servizio di intrattenimento di 90 minuti, ma appartenenza geografica, sociale e biografica. Non si può sostituire la propria squadra con un’altra solo perché offre un biglietto a minor prezzo o esprime un gioco migliore; nel sentimento popolare, cambiare squadra non è una scelta commerciale, ma un tradimento biografico.

Questa totale rigidità della domanda espone i tifosi a una pericolosa asimmetria di potere, traducendosi in un ricatto emotivo: i proprietari sanno che, a differenza delle aziende normali, se trattano male i propri “clienti” alzando i prezzi, delocalizzando i servizi o ignorando la storia, questi protesteranno ma non potranno mai abbandonare il club.

A questo si aggiunge quello che gli economisti chiamano il paradosso dell’interdipendenza competitiva. In un mercato normale, l’obiettivo di un’impresa è distruggere la concorrenza per monopolizzare il settore. Nel calcio, se distruggi i tuoi rivali, distruggi te stesso: una squadra ha un disperato bisogno di avversari forti per mantenere vivo l’interesse del campionato e generare valore. Il “prodotto” non è il singolo club, ma la competizione stessa.

Nessun piano industriale tradizionale, inoltre, accetterebbe mai di legare i propri destini finanziari a variabili totalmente imponderabili come un pallone che sbatte sul palo o un errore arbitrale, fattori che possono decidere una qualificazione europea e spostare decine di milioni di euro. Eppure le proprietà investono non per massimizzare il profitto e distribuire dividendi — dinamica rarissima nel calcio europeo — ma per massimizzare le vittorie, bruciando spesso risorse per soddisfare la pressione della piazza.

Questo accade perché il club calcistico produce un valore d’uso sociale incalcolabile: salute pubblica attraverso i settori giovanili, inclusione sociale nelle periferie, integrazione e senso di appartenenza a una comunità cittadina. Questo valore immateriale e permanente non è iscrivibile in nessuna voce di bilancio, ma è il cuore pulsante della sua esistenza.

Questo immenso patrimonio si fonda sulla trasmissione generazionale: il tifoso, tramandando la fede calcistica di padre in figlio, lega la squadra alla memoria d’infanzia, ai rapporti familiari e alla storia del proprio territorio. È questo custode del tempo che ha reso grande una società sportiva, cementando la comunità da cui oggi proprietari temporanei cercano di estrarre valore.

Sempre più spesso assistiamo a gestioni pro tempore che utilizzano il blasone e la passione del club come cavallo di Troia per ottenere benefici personali ed extra-calcistici — come speculazioni immobiliari, accordi commerciali collaterali o legittimazione politica — mettendo l’interesse privato e transitorio davanti all’interesse pubblico e permanente della comunità.

Proprio perché il tifoso non può “votare con il portafoglio” cambiando squadra, e proprio perché l’esistenza del club dipende dalla salute dei suoi stessi rivali e dal benessere del territorio, la società sportiva cessa di essere un semplice prodotto di consumo e diventa, a tutti gli effetti, un bene culturale protetto e un servizio pubblico essenziale.

I proprietari passano, i tifosi restano. Se il mercato non offre vie d’uscita ai tifosi, la governance deve tassativamente aprire le sue porte. È giunto il momento di tradurre questa realtà in riforme concrete: il calcio deve aprirsi a modelli di governance partecipata, dove chi garantisce la sopravvivenza, la memoria e il valore del club nel tempo abbia finalmente voce, voto e potere di controllo.

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