Il tifoso “anti-partecipazione”: anatomia sociologica di un pregiudizio e la sua smentita
Negli anni, collaborando con Supporters in Campo, ho seguito da vicino la nascita e lo sviluppo di moltissime realtà associative di tifosi. Nonostante l’ordinamento italiano metta già a disposizione tutti gli strumenti per costruire un percorso di partecipazione attiva, ci si scontra quasi sempre con un ostacolo enorme: il pregiudizio di una parte della base.
Per supportare queste associazioni nel quotidiano, provo a immergermi nel loro universo locale. La via più immediata è leggere il “sentiment” sui social: una metodologia di analisi grezza, certo, ma un termometro utile da cui partire.
Ed è lì che emerge, puntuale, una figura specifica: “il tifoso anti-partecipazione”. I suoi commenti, da Bolzano alla punta più lontana della Sicilia, sono incredibilmente identici. Sembra quasi lo stesso utente che cambia periodicamente maglia.
Al netto dei polemici di professione, ho raccolto le sue frasi-tipo e ho provato a smontare le macro-aree di criticità che solleva. Spesso, dietro questo scetticismo, c’è una profonda disinformazione, alimentata da influencer, presunti esperti e media che distorcono la realtà dei fatti. Questa narrazione non solo teme il cambiamento, ma svilisce le competenze dei professionisti che vivono sul territorio e che avrebbero passione e capacità per aiutare i club.
Questo gap culturale è il vero tema da affrontare se vogliamo dare concretezza alla partecipazione attiva.
Il tifoso “anti-partecipazione”: anatomia sociologica di un pregiudizio e la sua smentita
Analizzare il profilo del tifoso che si schiera “a prescindere” contro i supporters’ trust, la partecipazione attiva o altre forme di coinvolgimento democratico basate su associazioni e cooperative radicate nel territorio significa esplorare le dinamiche della sociologia dello sport, della psicologia delle masse e dei mutamenti del calcio moderno. Questo scetticismo radicale non è una semplice pigrizia, ma risponde a costrutti sociali ben precisi che, nel contesto italiano, trovano una sponda ideale nella cronica malagestione del sistema calcistico.
Tuttavia, analizzando la questione da una prospettiva strutturale, molte delle certezze di questo profilo si basano su una percezione distorta di cosa sia la partecipazione dei tifosi alla governance, scambiando i modelli cooperativi d’eccellenza con fragili iniziative dilettantistiche o comitati d’emergenza.
Di seguito viene tracciato l’identikit di questo profilo attraverso otto macro-categorie sociologiche, mettendo a confronto in modo sistematico la convinzione del tifoso (figlia della cultura calcistica locale) e la smentita oggettiva dei fatti.
1. Il “consumatore puro” e il modello customer-centric
La tesi / convinzione: Con la trasformazione del calcio da fenomeno sociale a industria dell’intrattenimento, questo profilo ha interiorizzato lo status di cliente. La sua mentalità è pragmatica: “Io pago il biglietto o l’abbonamento tv, quindi il mio unico dovere è guardare lo spettacolo e il mio unico diritto è pretendere che si vinca”. Vede l’idea di partecipare alla vita del club tramite un’associazione o una cooperativa come un lavoro extra indotto, un fastidio burocratico. In un paese in cui l’offerta calcistica televisiva è iper-frammentata e costosa, rivendica semplicemente il diritto di essere un consumatore esigente.
La smentita: Il calcio non è la Coca-Cola o Netflix; è un’industria basata sulla fidelizzazione identitaria irrazionale. Se Netflix peggiora i contenuti, l’utente disdice l’abbonamento e passa a un concorrente. Se la tua squadra del cuore retrocede o fallisce, non cambi squadra. Trattarsi da mero consumatore significa accettare una sottomissione asimmetrica: il cliente ha potere solo se c’è concorrenza perfetta, ma nel calcio vige un monopolio affettivo.
Negli ultimi anni, i club che hanno trattato i tifosi solo come clienti hanno aumentato i prezzi dei biglietti e speculato sul merchandising, ignorando il radicamento locale. La partecipazione attiva tramite una struttura democratica serve proprio a tutelare il consumatore, dando voce alla comunità prima che la proprietà prenda decisioni scellerate.
Per approfondire i benefici concreti di questo approccio, consulta l’articolo su tifosi e partecipazione popolare, utilità, benefici e risultati di un percorso di partecipazione attiva.
2. Il “presidenzialista” e il mito del “mecenate”
La tesi / convinzione: Soprattutto nella cultura calcistica latina, è fortissimo il mito del presidente-mecenate (sul modello storico di Berlusconi, Moratti o Rozzi), visto come il “padre padrone” che provvede al bene della squadra con le proprie risorse economiche. Questo tifoso considera il club una proprietà privata indiscutibile e liquida i progetti di associazione democratica come una “pezzentata” da club di serie minori. Tende a credere che la democrazia nel calcio porti all’anarchia (“Se decidono i tifosi, non ci si accorda nemmeno sul colore delle reti delle porte”). Aspettare il “cavaliere bianco” è un riflesso condizionato radicato in decenni di successi legati a singoli portafogli.
La smentita: Questa visione è anacronistica. Il mecenatismo vecchio stampo è morto sotto i colpi del financial fair play (ffp) dell’UEFA e delle regole di sostenibilità calcistica. Oggi un miliardario non può più coprire i debiti immettendo denaro a fondo perduto senza incorrere in sanzioni o blocchi del mercato; i club devono autosostenersi attraverso i ricavi.
Inoltre, chi contesta il coinvolgimento dei tifosi confonde l’acquisizione di quote da parte di una cooperativa con il “collettonismo” frammentato per pagare gli stipendi. In Germania, il modello del 50+1 (dove l’associazione madre dei tifosi detiene la maggioranza dei voti all’interno della società calcistica) non serve a raccogliere micro-fondi per comprare i giocatori, ma a garantire la stabilità. Club come il Bayern Monaco o il Borussia Dortmund sono colossi mondiali altamente efficienti, non covi di anarchici immobili. La democrazia societaria non rallenta le decisioni, ma impedisce i colpi di testa dei singoli proprietari.
Un’analisi dettagliata di come la spinta dal basso possa costruire percorsi validi si trova in tifosi e partecipazione popolare, la spinta dal basso per costruire un percorso di partecipazione attiva dei tifosi e Il calcio è un bene comune: perché la governance dei club non può escludere i tifosi
3. Cinismo strutturale e sfiducia nelle istituzioni
La tesi / convinzione: Questo rifiuto affonda le radici nel tessuto socio-culturale profondo, storicamente caratterizzato da un basso livello di capitale sociale e da una diffidenza atavica verso l’associazionismo. Dietro ogni iniziativa collettiva, il tifoso cinico vede un tentativo di speculazione, una passerella politica per professionisti locali (avvocati, commercialisti) o una truffa. Questa diffidenza è alimentata da decenni di fallimenti “da film horror” (Parma, Palermo, Catania, solo per citarne alcuni) e dal passaggio di mano di club storici a cordate misteriose. La reazione spontanea di fronte a un supporters’ trust è: “Se falliscono i milionari, come possiamo salvarci noi con le quote dell’associazione?”.
La smentita: Questa tesi confonde radicalmente il ruolo della cooperazione democratica: la partecipazione attiva non serve a “salvare” o “comprare” l’intero club con i soldi della gente, ma a controllarlo e tutelarlo. Il supporters’ trust agisce come entità giuridica unica che acquisisce una quota strategica per sedere nei consigli di amministrazione o di sorveglianza.
Se i tifosi delle squadre citate avessero avuto un’associazione strutturata con accesso ai libri contabili mesi prima del crack (come avviene nei modelli inglesi o spagnoli), avrebbero potuto denunciare pubblicamente le anomalie agli organi di controllo o alla piazza, evitando il disastro. I moderni supporters’ trust sono regolati da statuti democratici rigidi (una testa, un voto), vigilati e affiliati a network europei. Pensare che non funzionino a prescindere è un pregiudizio culturale, smentito dal fatto che in contesti evoluti queste associazioni garantiscono la sopravvivenza e la crescita dei club anche durante i passaggi di proprietà.
È fondamentale anche distinguere tra le diverse forme di coinvolgimento, come spiegato nell’articolo che tratta di tifosi e partecipazione attiva, le differenze tra partecipazione popolare, azionariato popolare, azionariato diffuso, crowdfunding dei tifosi.
4. La sfiducia nel territorio e il complesso di inferiorità dei cittadini
La tesi / convinzione: Strettamente legata al cinismo strutturale, vi è una radicata svalutazione del proprio territorio e dei propri concittadini. Il tifoso medio è convinto che a livello locale non esistano le competenze necessarie per gestire o supportare un club professionistico. Esiste una forma di autolesionismo culturale per cui “la gente della nostra città sa solo fare polemica al bar, non siamo capaci di fare sistema”. Di conseguenza, si preferisce regalare una fiducia in bianco a figure misteriose o manager esterni calati dall’alto, semplicemente perché forestieri e quindi ritenuti, per qualche strano bias, più autorevoli.
La smentita: Questa è una narrazione profondamente falsa che ignora la realtà sociologica e professionale delle curve e delle tribune. All’interno della tifoseria di qualunque club, anche di provincia, si nasconde una quantità impressionante di competenze d’alto livello: avvocati, commercialisti, manager, esperti di comunicazione, ingegneri, architetti e specialisti di marketing.
Molti di questi professionisti sarebbero disposti a mettere le proprie competenze al servizio del club a costi azzerati o ridotti, spinti unicamente dalla passione identitaria. Strutturare queste energie all’interno di un supporters’ trust democratico permette di creare un comitato tecnico consultivo interno che può analizzare bilanci, visionare progetti per lo stadio o pianificare campagne di marketing territoriale. Estromettere il territorio significa privare il club di un bacino di consulenza d’eccellenza, preferendo consulenti esterni remunerati che non hanno a cuore il destino a lungo termine della società.
Un esempio di come organizzare queste finalità è descritto in tifosi e partecipazione popolare, organizzazione, finalità, strumenti e filosofia.
5. L’ossessione per l’opacità e il rifiuto della trasparenza
La tesi / convinzione: Una delle convinzioni più profonde del tifoso diffidente è che il calcio debba necessariamente muoversi in una zona d’ombra per essere competitivo. Sotto l’influenza di decenni di “calciomercato-spettacolo”, è convinto che le trattative, i bilanci e le manovre societarie debbano rimanere segreti e riservati a pochissimi eletti. L’idea di un’associazione democratica che introduce la trasparenza gestionale viene vista con timore: si pensa che rendere pubblici o controllabili i processi interni tolga competitività al club, ne sveli i punti deboli ai rivali o crei inutile allarmismo nella piazza.
La smentita: Questa convinzione è il pilastro culturale che ha permesso la proliferazione di truffe e fallimenti. La trasparenza non è un limite operativo, ma il più potente scudo salvavita per un club. Quando un supporters’ trust detiene una quota e siede negli organi di controllo, i libri contabili, i flussi di cassa e i reali contratti di debito non possono più essere occultati.
La trasparenza azzera il rischio di “scatole cinesi”, plusvalenze fittizie e passaggi di mano a prestanome privi di garanzie finanziarie. Sapere esattamente dove vanno a finire i ricavi e qual è il reale stato di salute del club non indebolisce la squadra sul mercato, ma impedisce ai manager scellerati di scavare un baratro di debiti sotto i piedi dei tifosi all’insaputa della piazza stessa. Nelle democrazie calcistiche mature, il controllo democratico ha dimostrato che la chiarezza dei dati finanziari attira investitori sani, mentre l’opacità attira solo speculatori dell’ultima ora.
Per approfondire i diversi modelli di influenza, consulta i modelli di influenza dei tifosi, le 7 vie per la partecipazione attiva.
6. Il pregiudizio sulla debolezza economica e l’attrattività dei brand
La tesi / convinzione: Il tifoso medio associa la partecipazione democratica a una cronica debolezza economica e a un ridimensionamento delle ambizioni. La convinzione radicata è che le grandi aziende e i marchi globali (i “top sponsor”) scappino di fronte a una gestione condivisa o cooperativa, preferendo trattare esclusivamente con un unico proprietario forte, un grande fondo o un manager plenipotenziario. Ai suoi occhi, la democrazia allontana gli investimenti pubblicitari.
La smentita: Questa tesi ribalta totalmente le dinamiche del marketing moderno. I grandi brand globali oggi investono miliardi nella cosiddetta corporate social responsibility (csr) e cercano contesti associati a valori etici, stabilità, trasparenza e forte legame con il territorio.
Un club gestito in modo sostenibile, all’interno del quale un supporters’ trust o una cooperativa garantiscono un clima di cooperazione e azzerano le tensioni distruttive della piazza, diventa un asset a bassissimo rischio reputazionale. Al contrario, le multinazionali temono i club gestiti da “padroni” umorali o avventurieri finanziari, dove un’indagine giudiziaria, un fallimento improvviso o una contestazione violenta possono distruggere l’immagine dello sponsor dall’oggi al domani. Il modello del calcio tedesco o scandinavo dimostra che i club partecipati registrano tassi di riempimento degli stadi altissimi e una fedeltà commerciale totale: per uno sponsor, questa è una garanzia di ritorno economico immensamente superiore rispetto a un club instabile in perenne crisi di nervi.
Una riflessione su cosa significhi realmente la partecipazione nei club si trova in la partecipazione popolare nei club sportivi è un’altra cosa.
7. Conservatorismo identitario e il “calcio dell’alibi”
La tesi / convinzione: Esiste una componente di tifosi per i quali il tifo è puramente un’esperienza di opposizione, di evasione o di pura contestazione. Per questo soggetto è sociologicamente più appagante posizionarsi sempre all’opposizione per poter contestare la società quando le cose vanno male. Entrare attivamente nella governance tramite un organo democratico significherebbe assumersi delle responsabilità e toglierebbe il lusso del vittimismo (“È colpa della società”). C’è inoltre il timore che l’istituzionalizzazione trasformi i “ribelli degli spalti” in burocrati da assemblea condominiale. In un sistema calcio percepito come intrinsecamente corrotto o “pilotato” dai poteri forti, mantenere una posizione extra-istituzionale preserva la “purezza” dell’essere tifoso.
La smentita: Questa è una posizione di pigrizia intellettuale che riduce il tifo a folklore sterile. Nel calcio globalizzato dei fondi d’investimento, lo striscione di contestazione o il coro allo stadio hanno un impatto vicino allo zero sulle decisioni dei board che risiedono a Londra o New York. Ai fondi interessano i bilanci, i diritti tv e gli asset immobiliari. Fischiare a disastro avvenuto è l’equivalente di protestare contro il capitano della nave dopo che ha già colpito l’iceberg.
Avere un rappresentante espresso democraticamente dall’associazione nel board non significa “imborghesirsi”, ma spostare la contestazione dal piano emotivo dello stadio al piano legale e vincolante dell’assemblea dei soci. È lì, facendo valere la propria quota societaria, che si esercita il vero potere di tutela contro le gestioni scellerate.
Per capire come costruire questa partecipazione attraverso un’associazione, leggi costruire partecipazione attraverso un’associazione di tifosi.
8. Il fattore generazionale e il consumo liquido
La tesi / convinzione: La frattura anagrafica ridefinisce il rifiuto della partecipazione. I tifosi più anziani faticano a comprendere logiche di associazione cooperative europee spesso digitalizzate. I giovanissimi (gen z / alpha), abituati a consumare il calcio in pillole tramite social, highlights o in modalità fantasy (videogiochi, fantacalcio), tendono a legarsi ai singoli giocatori (il “culto dell’atleta”) o al brand globale. Per loro, i supporters’ trust o le cooperative locali appaiono come concetti vecchi, rigidi, territoriali e distanti dalla loro fruizione liquida dello sport.
La smentita: I trend dimostrano l’esatto contrario: la totale dematerializzazione del tifo sta creando una crisi di rigetto. Se un club perde il legame con la sua comunità fisica e territoriale, perde l’unica cosa che lo differenzia da un qualsiasi altro prodotto d’intrattenimento (come un videogioco o un film). Se il calcio diventa solo “spettacolo liquido”, l’interesse evapora rapidamente a favore di intrattenimenti più interattivi.
La partecipazione attiva, attraverso piattaforme digitali applicate alla cooperativa (voto online, assemblee digitali del supporters’ trust), è l’unico modo per dare alle nuove generazioni un reale senso di appartenenza e ownership, trasformandoli da spettatori passivi di uno schermo a decisori della squadra che dicono di amare. Il supporters’ trust non è un concetto vecchio, è l’evoluzione strutturale che trasforma la community virtuale in un pezzo reale, democratico e tangibile del club.
Approfondisci la visione d’insieme con l’articolo su partecipazione popolare, tifosi, democrazia, attivismo, comunità, sostenibilità, calcio.
Considerazione conclusiva: In sintesi, il profilo del tifoso contrario a prescindere alla partecipazione attiva è quello di un soggetto che ha barattato il concetto di “cittadinanza sportiva” con il “diritto al consumo”. Nel panorama italiano, questa posizione ha una sua forte razionalità difensiva e istintiva di fronte a un sistema calcio strutturalmente instabile e opaco. Tuttavia, si rivela una strategia autolesionista: rifiutando il controllo, la stabilità, la trasparenza e l’immenso patrimonio di competenze professionali espresso dal proprio territorio per paura di essere deluso, il tifoso accetta di rimanere l’anello più debole della catena, diventando l’ostaggio volontario del prossimo avventuriero finanziario.
Ulteriori Risorse e Approfondimenti
Per una panoramica completa sul tema della partecipazione popolare e dei supporters’ trust, ti invitiamo a leggere anche i seguenti articoli:
- Supporters in Campo: partecipazione popolare e governance nel calcio: Un’analisi del ruolo dell’associazione nazionale Supporters in Campo nella promozione della governance partecipativa.
- Partecipazione popolare dei tifosi per legge dello Stato: abbiamo già tutti gli strumenti per operare: Un approfondimento sul quadro normativo italiano e sugli strumenti legali esistenti per favorire il coinvolgimento dei tifosi.
- Tifosi e partecipazione popolare: la cooperazione tra associazioni di tifosi e imprenditori per un passaggio graduale verso la fanownership: Strategie di collaborazione per favorire la transizione verso modelli di proprietà diffusa.
- Tifosi e partecipazione popolare: i modelli diffusi in Europa: Una panoramica delle migliori pratiche e dei modelli di partecipazione dei tifosi implementati in diversi paesi europei.
- Azionariato popolare vs vera partecipazione popolare: Un chiarimento concettuale sulle differenze tra il semplice possesso di azioni e un reale coinvolgimento democratico.
- Supporters Trust e le relazioni con la comunità: L’importanza del legame tra il trust dei tifosi e il tessuto sociale locale.
- Le relazioni strutturate tra organizzazioni di tifosi e le istituzioni in Europa: l’approfondimento di SD Europe: Un’analisi curata da SD Europe sul dialogo tra tifosi organizzati e istituzioni calcistiche e politiche a livello europeo.